La Sartiglia (Sartilla o
Sartilia) Su Cumponidori
è una corsa all'anello di origine medievale
che si corre l'ultima domenica e il martedì di carnevale ad
Oristano.
È certamente il Carnevale più spettacolare e
più coreografico della Sardegna.
Ricordi sfumati di duelli e Crociate, colori
spagnoleschi, echi di nobiltà decaduta e costumi agro pastorali si sovrappongono
come se le sequenze di un film fossero state montate a casaccio.
Che cosa significa il nome
Sartiglia o Sartilla (come si diceva un tempo a
Oristano)?
Il vocabolo deriverebbe dal castigliano
Sortija, che a sua volta ha origine dal
latino sorticola, anello, diminutivo di sors, fortuna. Nel significato c’è
veramente il senso della gara che è sì una corsa all’anello, alla stella, ma
anche una festa legata alla sorte. Un evento nel quale è facile rintracciare
reminiscenze di antichi riti agrari attraverso i quali i popoli chiedevano agli
Dei la fertilità della terra e l’abbondanza del raccolto.
Le radici sono lontane nel tempo.
In Sardegna, le gare cavalleresche di stampo
orientale furono importate dalla Spagna, dove già lo praticavano i Mori. La
Sartiglia è presente ad Oristano dalla metà del XIII secolo.
È probabile che molti giudici e donzelli del
giudicato d’Arborea, educati alla Corte Aragonese (dove era praticato
l’esercizio all’anello) una volta saliti al trono giudicale abbiano introdotto
in città la Sortija o Sartilla spagnola.
La gara subì molte evoluzioni e fu
conservata con alcune varianti. In passato era sicuramente una manifestazione
delle classi nobiliari.
E solo in seguito coinvolse strati sociali
prima esclusi, diventando in tal modo un’espressione di vita, di costumi e di
cultura popolari.
La tradizione vuole che, per scongiurare le
risse che avvenivano a Carnevale tra arborensi e soldati aragonesi (circondati
dall’odio della popolazione locale per averla sconfitta e aver conquistato la
sua terra) un canonico istituisse un legato a favore del
Gremio degli Agricoltori, per il mantenimento
della Sartiglia (dove il corpo a corpo era vietato) e per sostenere le spese per
il ricco pranzo da offrire ai cavalieri che partecipavano alla Giostra.
La tradizione trova conferma nel fatto che il
Gremio gode ancora oggi del lascito (Su Cungiau de Sa
Sartiglia) per il mantenimento della Giostra.
La Sartiglia della domenica si svolge sotto
la protezione di San Giovanni Battista, quella del martedì, organizzata dal
Gremio dei Falegnami, sotto la protezione di
San Giuseppe. Le usanze stratificate nel tempo fanno da contorno all’unico vero
protagonista, al Re della Sartiglia: Su Cumponidori
e la sua maschera androgina.
È lui il Signore della Festa.
Uomo e donna al tempo stesso, né femmina né
maschio, Su Cumponidori nasce nel corso di
una vestizione pubblica, celebrata da ragazze bellissime che indossano costumi
antichi.
La Sartiglia
comincia proprio così, con la vestizione del Capo Corsa, uno dei riti più
impenetrabili della tradizione sarda.
Sono i due Gremii a scegliere e selezionare
chi, tra tanti aspiranti, vestirà i panni di Su
Cumponidori.
C’è un antico rituale che viene rispettato.
Raggiunge il suo culmine nella vestizione del
Capo Corsa, il giorno della gara.
Un rito denso di sacralità, perché
Su Cumponidori deve essere forte, puro e
coraggioso, deve diventare un sacerdote della fecondità, la cui purezza è legata
— nella vigilia della Sartiglia — alla confessione e alla comunione. Il
Cavaliere è vestito su un tavolo, un vero e proprio altare, allestito nella casa
de S’Oberaju Majori, il responsabile del
Gremio, dove abbondano grano e fiori.
Da quel momento, Su
Cumponidori non può più toccare terra. Qualunque contatto diretto con
la Grande Madre deve essere evitato perché egli conservi la purezza necessaria a
gareggiare e vincere.
A vestire il Cavaliere ci pensano
Sas Massaieddas, giovani fanciulle in costume,
vergini, guidate dalla loro maestra Sa Massaia
Manna. Al Capo Corsa non è nemmeno consentito
di toccare gli abiti.
È una vera funzione, un rito lungo seguito in
silenzio da un numero ristretto di persone.
Alla fine, Su
Cumponidori esce vestito con in capo un cilindro nero, la mantiglia,
una camicia ricca di sbuffi e pizzi, il gilet e il cinturone di pelle.
Un po’ grottesco, a prima vista. Ma c’è la
maschera, bianca, sul volto incorniciato da una fasciatura con fazzoletti di
seta, a scompigliare lo sguardo del neofita. L’espressione profonda di questa
maschera trasforma Su Cumponidori, lo rende
inavvicinabile, inarrivabile. Da quel momento in poi, sino alla fine della
corsa, il Cavaliere diventa un semidio sceso tra i mortali per dare loro buona
fortuna e mandare via gli spiriti maligni. A lui viene consegnata
Sa Pippia de Maju, un fascio di pervinca
avvolto in panno verde su cui è innestato un doppio mazzo di viole, simbolo
della fertilità e della primavera. A conclusione della gara, il Cavaliere
agiterà Sa Pippia all’indirizzo della folla,
impartendo la benedizione.
Nel locale viene quindi fatto entrare il
cavallo e Su Cumponidori deve montare in
sella, badando sempre a non toccare terra.
L’uscita dalla casa è festosa e il Cavaliere
si avvia, con i suoi vice Capi Corsa, Su Segundu
e Su Terzu Cumpoi, verso il percorso della
Giostra.
I rituali non sono ancora finiti. Il corteo
raggiunge Sa Xea Manna dove è sospesa la
stella.
Ed il Capo Corsa vi passa sotto tre volte,
incrociando la spada con Su Segundu.
Gli squilli di tromba e il rullare dei
tamburini danno il segnale di via libera.
La Giostra può cominciare.
A Su Cumpoidori
spetta il compito di aprire la Corsa alla Stella.
Poi toccherà ai suoi vice e infine ad altre decine e decine di cavalieri.
Dal numero delle stelle infilate dipenderà
l’andamento dell’anno in corso.
Alla fine, il Capo Corsa e i suoi due vice
proveranno ad infilzare la stella con Su Stoccu,
un’asta di legno lavorato.
I tamburi rullano incessantemente, il
cavaliere ha indosso la Maschera di un Dio misterioso
e impugna la spada tenendola dritta davanti a sé.
Si leva in piedi sulla sella mentre il
cavallo sfreccia a perdifiato sulla pista, al galoppo sfrenato.
Pochi secondi dopo, il boato del pubblico
accompagna la punta del fioretto che infilza la stella.
È fatta.
La gente acclama Su
Cumponidori ed esulta davanti a quel trofeo mostrato con orgoglio e
vanto.
È così che l’ultima domenica e il martedì di
Carnevale, ogni anno, Oristano diventa capitale della Sardegna.
C’è la Sartiglia.
Festa dai mille simboli, festa della magia,
della prosperità e della miseria, del dolore e della speranza.
Da Via Sant’Antonio, passando per il Duomo,
sino a Via Vittorio Emanuele e Piazza Mannu, un fiume di persone, provenienti
dalle città e dai paesi di tutta l’isola, si accalca ai bordi di un tracciato di
terra e paglia.
Ad ogni edizione, su quel percorso pestato
dagli zoccoli dei cavalli si riversano secoli di storia. E un fragore di urla e
applausi guida le gesta del cavaliere, quando la spada trafigge la stella.
Prima delle acrobatiche e spericolate
Pariglie, che regaleranno emozioni e paure sino
al tramonto, Su Cumponidori dovrà tenere
fede ad un ultimo rito, Sa Remada, con il
Cavaliere costretto a percorrere di corsa la pista disteso di schiena sul dorso
del cavallo.
Solo allora la Sartiglia potrà essere
dichiarata conclusa e il rito definitivamente consumato.
Ma sarà una semplice pausa.
In attesa dell’edizione successiva, quando
ancora una volta la folla si identificherà in quell’eroe, uomo e donna insieme,
protagonista di una cerimonia pagano - cristiana che continua a ripetersi
inalterata da secoli, forse da millenni.
La Sartiglia
non è una semplice celebrazione dei riti carnascialeschi, non è nemmeno la
riproduzione di una giostra medioevale, né una mera esibizione di audaci e
aitanti cavalieri.
Dentro la Sartiglia convivono elementi di
tradizione e cultura tramandati da centinaia d’anni. In questa manifestazione,
che ad Oristano è vissuta con intensità
emotiva indescrivibile sin dai tempi del Giudicato d’Arborea, sopravvivono
probabilmente alcuni degli aspetti più interessanti e inesplorati della
ritualità pagana, contaminata dai cerimoniali di origine cristiana.
I giochi equestri nascono in epoca medievale
in Francia, per l'esigenza dei principi di tenere in allenamento le truppe
durante i periodi di pace.
Osteggiate dalla Chiesa, queste
manifestazioni venivano ritenute illecite più della guerra. La guerra infatti
rispondeva a motivazioni di pace violata che attraverso la battaglia e lo
scontro venivano ripristinate.
I giochi equestri, al contrario, per la loro
componente ludica e le implicazioni amorose e giocose che le caratterizzavano,
distoglievano il popolo che assisteva in massa al loro svolgimento, dalle
normali attività lavorative.
In Sardegna
arrivano con la dominazione spagnola nel XIV sec. e sono altamente diffuse in
tutto il territorio regionale.
La Sartiglia di
Oristano trae presumibilmente origine dal gioco dell'anello,
sortija, contaminandosi di tutti quegli
elementi pagani che sono propri di questo popolo.
La corsa della Sartiglia è infatti legata
alla ciclicità delle stagioni e ha ragione di esistere in quanto propiziazione
del raccolto. Il componidori è il tramite divino che agisce per l'ottenimento
del risultato.
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